Il Santo del secolo dei lumi
Dal 1822 il nome di Alfonso M. De Liguori è inciso nella storia di Colletorto con le vicende dell’educandato
Riceviamo e pubblichiamo
“Sulla terra hanno operato in tutti i tempi grandi uomini che non hanno avuto come scopo di procurarsi gloria, con atti d’eroismo. E tuttavia questi grandi spiriti hanno influenzato la vita di numerosi popoli e intere epoche storiche e la loro fama è stata universale, tutti parlavano di loro con trasporto e desideravano conoscerli da vicino. Il loro nome e notizie sul loro modo di vivere correvano di bocca in bocca, e così hanno traversato i secoli senza subire gli effetti del passar del tempo”. Così uno dei più grandi scrittori del ‘900 Herman Hesse circa la figura di S.Francecso il più popolare dei santi italiani. Ma, il primo di agosto la chiesa ricorda un altro santo, non popolare come Francesco d’Assisi, ma direi molto conosciuto soprattutto a Napoli. E’ il più napoletano dei santi e il santo più napoletano, sto parlando di S.Alfonso Maria de Liguori (1696 – 1787) morto a mezzogiorno del primo agosto a Pagani (Sa) all’età di 91 anni.
Nobile di nascita, il padre era ammiraglio della flotta reale, avvocato brillante a soli 12 anni, lascia ogni cosa per intraprendere la carriera della santità. La cultura settecentesca non priva dell’apertura alle idee illuministiche fanno di Alfonso de Liguori il grande comunicatore del ‘700 italiano. Tra gli aspetti in S.Alfonso che colpiscono – scrive Giovanni Paolo II – v’è il suo impegno per la stampa: il numero dei suoi scritti, il succedersi delle edizioni e delle traduzioni, la capacità di dire in linguaggio semplice e accessibile a tutti anche le verità più impegnative della fede e della morale hanno diffuso il suo insegnamento in tutti gli strati del popolo cristiano. Il santo del secolo dei lumi parla alla gente, al cuore del popolo minuto, con esso intesse e tesse la trama per un percorso di umanizzazione e soprattutto di riproposta della bellezza della fede nella vita quotidiana. La santità è per tutti, scriveva e predicava in un tempo in cui si pensava che solo alcuni privilegiati potessero salvarsi e redimersi, gli altri tutti dannati. Così il primo libro che scrive lo pensa proprio per i deboli, gli ultimi, i poveri è il libro che ha formato milioni e milioni di cristiani, le nostre nonne, si sono formate e sono cresciute né più né meno con le Massime eterne (1728) in cui Alfonso de Liguori fissa, per una questione di “insegnamento”, le massime più importanti per la salvezza eterna. Così nella Napoli del ‘700 la più grande città d’Europa ricca di arte, cultura, dove l’economia, la scienza, la giurisprudenza sono lo specchio e l’onore dell’intera Italia, Alfonso de Liguori annuncia i meriti della salvezza del redentore. Copiosa apud eum redentio (presso di Lui (Cristo) la redenzione è abbondante) è il motto che sceglie per i suoi missionari redentoristi chiamati ad annunciare la bellezza dell’amore redentivo di Cristo.
Alfonso de Liguori si impegnò profondamente per rinnovare una società profondamente feudale. Il padrone e lo schiavo, il signorotto e il servo, la società ricca e la massa sterminata dei poveri. Una situazione fortemente ingiusta e corrotta in cui il valore della dignità dell’uomo si misurava in base ai ducati posseduti e ai titoli riconosciuti. Pittore, musicista, predicatore, il pensiero alfonsiano valicò senza forzatura parecchi comuni del regno e già dopo la metà del ‘700 il nome de Liguori era celebre per le sue opere morali, ascetiche e dommatiche anche fuori dai confini italiani.
Ammaestrava il popolo anche con canzoncine, celebre è il canto natalizio del Tu scendi dalle stelle (1755) scritto e musicato durante una sua missione a Nola. Celebri sono le sue melodie a Cristo morto: Gesù mio con dure fumi, O fieri flagelli, per non parlare delle canzoncine dedicate alla Madonna: o Bella mia speranza, salve del ciel regina.
Nel 1762 all’età di 66 anni, il papa lo volle contro la sua stessa volontà vescovo di S.Agata dei Goti (Bn). Lì il dotto avvocato, lo scrittore, il musicista mise a frutto la sua esperienza pastorale. Lì tra S.Agata e Arienzo il vescovo seppe dare il suo contributo per la soluzione di alcuni problemi sociali: meretricio, disoccupazione, ingiustizie ed ogni quand’altro.
Nel gennaio 1764 il regno di Napoli, furono soggetti ad una catastrofica crisi alimentare: la carestia. Quella del 1764 fu una delle più gravi, gli storici più quotati dicono che alla fine di giugno dello stesso anno 300mila persone persero la vita per fame e malattia. La città di S.Agata, col suo vescovo, però, non soffrirono come gli altri i segni della fame e dell’epidemia. Il genio di Alfonso, salvò i santagatesi della fame e dalla morte. Si industriò, assieme ai governatori locali, ai sacerdoti della città e della diocesi per accendere mutui e calmierare il prezzo del pane arrivato alle stelle.
Il vescovo di S.Agata arginò il problema, preservò da morte certa i più deboli della sua diocesi e rilanciò l’economia bloccata per quasi due anni.
L’opera di questo pastore non si fermò al solo anno della fame, promosse la giustizia sociale, aiutò le zitelle a maritarsi e a mettere su famiglia con sussidi di ogni genere, creò un circolo economico ed una mentalità che cercava di oltrepassare quella feudale.
L’aiuto ai poveri era il suo emblema episcopale, attento ai bisogni della povera gente che toglieva volentieri dalla sua tavola per darlo a chi ne aveva veramente bisogno. Spesso ripeteva a coloro che gli erano vicino nel servizio episcopale: A me basta un pezzo di pane bagnato: vi sono tanti poverelli: del denaro che amministrate del mio, fatene elemosine, ed in ispecialità a qualche persona, che sapete trovarsi in pericolo di offendere Dio. Della carità di Alfonso molti – purtroppo - ne abusarono, ricorrendo a sotterfugi spregevoli e meschini. Un canonico, un giorno accortosi dei gesti biasimevoli credette in dovere di avvisare Alfonso a moderarsi e a non lasciarsi ingannare da gente furba che senza pensarci due volte ci speculava sopra. Il Santo senza innervosirsi rispose con evangelica larghezza: Questo non fa male, meglio dare il soverchio, ed esser ingannato, che dare il manchevole, ed esser da Cristo rimproverato.
Dal 1822 il nome di Alfonso M. De Liguori è inciso nella storia di Colletorto con le vicende dell’educandato. Nella chiesa che porta il suo nome campeggia un quadro dove il santo della carità è rappresentato in devoto raccoglimento dinanzi ad una immagine delle Vergine e l’immancabile crocifisso.
Alfonso de Liguori, l’avvocato divenuto prete, il missionario poi divenuto vescovo, il pastore divenuto santo; santo perché è entrato in punta di piedi nelle storie di tanti uomini e donne bisognose di redenzione, santo perché ci ha lasciato una strada percorribile e praticabile dell’amore a Gesù Cristo. Ad una statistica S.Alfonso de Liguori è l’autore più stampato al mondo circa 21mila edizioni in più di 80 lingue ponendosi al pari di W. Shakespeare
Don Mario Colavita

















