Appuntamento
Il 2 ottobre la presentazione del romanzo di Francesco Paolo Tanzj presso la prefettura di Campobasso
Dopo avere parlato del suo romanzo “Un paradiso triste” presso l’Università di Aosta, nel corso della tavola rotonda sul tema “I giovani e la lettura”, Francesco Paolo Tanzj si appresta a presentarlo nella Prefettura di Campobasso. L’appuntamento è fissato per giovedì 2 ottobre alle ore 18.45. La serata vedrà la presenza del Prefetto di Campobasso Elena Pagano e dell’Assessore Regionale alla Cultura Sandro Arco. Parleranno del libro il professore Giorgio Patrizi e Giulio de Jorio Frisari, della Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi del Molise. Il romanzo “Un paradiso triste” è stato semifinalista al Premio Bancarella nella sezione scuola ed ha ottenuto il primo premio assoluto al Premio Histonium 2008.
La nota critica di Giorgio Palmieri
La scuola e gli ossimori della vita nel romanzo di Francesco Paolo Tanzj
di Giorgio Palmieri
L’impegno professionale e civile di un docente di filosofia, il senso di solitudine, di estraniamento dalla famiglia e dalla scuola di uno studente liceale, la constatazione del fallimento della vita familiare e dello svanire di ideali e progetti da parte di una giovane madre. Sono queste le “posizioni di partenza” dei tre protagonisti del romanzo di Francesco Paolo Tanzj, “Un paradiso triste”, recentemente apparso dai tipi della casa editrice Tracce di Pescara (177 p., 15 euro). Tanzj, romano di nascita e agnonese di adozione, professore di filosofia nei licei, per anni direttore di qualificati Readings di poesia contemporanea, autore di alcuni volumi di versi e di un saggio romanzato sulla vita in provincia, curatore di una recente pubblicazione sulla sessantennale storia del Liceo Scientifico di Agnone, da decenni è costantemente impegnato in iniziative culturali nella cittadina altomolisana e nell’intera regione. Il romanzo che ora egli dà alle stampe costituisce l’espressione letteraria delle esperienze e delle riflessioni sul mondo della scuola da lui considerato – si ha motivo di credere – la componente più importante, sia sotto il profilo professionale, sia sotto l’aspetto umano, del vasto panorama sociale e culturale in cui si è trovato a operare.
Tanzj ambienta la vicenda a Roma, liberandola da ogni riferimento di carattere molisano per renderla maggiormente rappresentativa della realtà contemporanea; ma dietro al Prof. Alberto Ferri, il primo dei tre personaggi del romanzo cui si è fatto cenno, non è difficile scorgere l’Autore. Un docente/studioso motivato (“Sogno ad occhi aperti un luogo di crescita collettiva, nel quale alunni e docenti seguano insieme i percorsi di un’educazione continua al vivere civile”), impegnato, non senza dubbi e perplessità, anche nella nuova organizzazione “manageriale” della scuola; nello stesso tempo, aperto al dialogo con gli alunni, anzi sempre intento a “suscitare” il dialogo e a favorire la partecipazione dei ragazzi, al limite della “non convenzionalità” (“Si dice spesso che la scuola deve servire a far inserire i giovani nella società. A me sembra quasi il contrario. Se i modelli imposti dalla società sono quelli televisivi, o della moda, o dell’arrivismo, o di un cinismo materialistico sempre più pronunciato e privo di riferimenti morali o ideali, allora la scuola deve sforzarsi di resistere al ‘cattivo spirito del tempo’ e fornire invece alle nuove generazioni le armi culturali per costruirsi uno spirito critico, libero dalle convenzioni […] per rendersi protagonista di una nuova progettualità dialettica e progressiva, fondata sulla conoscenza di sé e del mondo circostante”).
Giulio De Santis è uno degli alunni del Prof. Ferri. Come tanti altri, è un ragazzo sensibile che si sente incompreso, insoddisfatto, disilluso: “Me ne sto appoggiato al muro a pensare che non ne posso proprio più. Mi immergo in ricordi di merda di ogni genere e ho voglia solo di ‘aria fresca’, che non sia la scuola, la famiglia, gli amici, e tutta questa vita incasinata dei miei primi diciott’anni”. Un latente nichilismo lo spinge al totale rifiuto del mondo e della vita (“E’ incredibile l’angoscia che provo. Vorrei non esserci. Sparire. Disintegrarmi. Anzi, non essere mai esistito!”).
Infine, Gabriella, la madre insicura e apprensiva di Giulio, la quale non riesce a spiegarsi la ribellione del figlio anche se la famiglia in cui vivono, fino a poco tempo prima considerata un modello perché improntata a “un mix dei principi migliori del ’68 […] e dei valori senza tempo”, si è andata progressivamente disgregando, tanto che a lei non è restato altro che constatare il “fallimento di madre, di moglie, di donna […] il fallimento di una vita, di una famiglia, di rapporti che credevo forti e indissolubili come le idee che io e Paolo [suo marito] abbiamo sempre seguito con la stessa determinazione della gioventù. Che adesso mi sfuggono via, lontano, in un penoso abbattimento morale che mi lascia sfiancata, annullata…”.
Alcuni eventi occasionali modificano profondamente questo quadro. Giulio, da un po’ di tempo, rivolge discrete attenzioni a Susy, una dolce ragazza del ginnasio, senza accorgersi che anche lei lo ha notato. I due giovani si incontrano per caso in strada, quindi si cercano a scuola dalla quale fuggono per trascorrere insieme qualche ora e prendere coscienza di essersi finalmente “trovati” (“- Tu sei come me, e io come te. Ci siamo trovati. – E il mondo intorno? Che ne facciamo? – Non lo so. Adesso non mi va di pensarci”). La successiva corsa in motorino verso il mare viene però bruscamente interrotta da un incidente nel quale vengono coinvolti.
Intanto il Prof. Ferri e Gabriella, ognuno per proprio conto sulle tracce dei ragazzi in fuga, si incontrano casualmente e proseguono insieme la ricerca raggiungendo Giulio e Susy all’ospedale, dove sono stati ricoverati. I due hanno l’opportunità di conoscersi meglio e di instaurare un breve ma inteso “contatto”, fatto soprattutto di mutue, inaspettate e piacevoli sensazioni. Il romanzo sfuma con Giulio e Susy che, superati i postumi dell’incidente, continuano a frequentarsi chiudendosi in un dolce e malinconico guscio che li isola dal mondo esterno e con Gabriella che chiede al Prof. Ferri di poterlo rivedere.
Supportato da una solida architettura geometrica e articolato in tre diverse e convincenti cifre espositive, modulate sui tre distinti “io narrante”, il racconto di Francesco Tanzj è uno sguardo introspettivo, uno scandaglio insieme elegante e acuto su una quotidianità solo apparentemente “banale”, in realtà efficacemente “esemplare”. I tre protagonisti, e gli altri personaggi minori che si affacciano sulla scena, ben rappresentano un’umanità che, per difetto di comunicazione, senso di inadeguatezza, mancanza di prospettive, incapacità di liberarsi da dubbi e incertezze mette in evidenza e acuisce i risvolti negativi inevitabilmente presenti anche nei non molti momenti belli della vita (“Mi sembra di stare in Paradiso, anche se è un paradiso triste”, dice Giulio mentre corre in motorino con Susy).
Si crede comunque che il motivo principale per il quale la “lettura” della contemporeneità offerta da Tanzj nelle scorrevoli e coinvolgenti pagine del suo romanzo risulta, ad un tempo, immediata e profonda, consiste nel fatto che essa è focalizzata su un segmento nodale, su un ganglo vitale della società odierna: il mondo della scuola. Un “circo senza fine”, come lo definisce l’Autore, che costituisce, a livello individuale, il luogo in cui, incomparabilmente più che in altri, si presentano occasioni di scambio, opportunità per scoperte, per contatti umani; a livello collettivo, un grande laboratorio, una potente lente attraverso la quale analizzare in profondità i mutamenti sociali: un’analisi che potrebbe fornire (qualche) spiegazione ai (tanti) “ossimori”, alle tante stridenti contraddizioni, che costellano l’esistenza dell’uomo e, forse, contribuire a rendere meno “terribile” l’incipit di “Anna Karenina” riportato da Tanzj in esergo.

















