Ai tre commissari anche le altre società di It Holding
Torna il presidio dei fasonisti. Il Sole 24 Ore: “I misteri del crack”. La licenza Cavalli verso Staff International
Il Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, con Decreti Ministeriali del 24 febbraio 2009 ha disposto l’apertura della procedura di amministrazione straordinaria delle società IT Holding S.p.A., IT Holding Commercial Services S.r.l., ITC S.p.A., Gianfranco Ferré S.p.A., Nuova Andrea Fashion S.p.A., Extè S.r.l., ITR USA Retail S.r.l., Plus IT S.p.A., Malo S.p.A., nominando commissari i signori Stanislao Chimenti, Andrea Ciccoli, e Roberto Spada, già amministratori straordinari di Ittierre . ”L’estensione della legge Marzano anche alla società IT Holding è finalizzata -ha dichiarato il ministro Scajola- alla salvaguardia del gruppo e alla continuazione della sua attività. L’azienda, con i suoi oltre 1.800 dipendenti, dispone di un know how che va preservato e sviluppato in modo da consentire -conclude il ministro- l’ulteriore sviluppo dell’attività di un settore fondamentale per il Made in Italy e per la presenza del nostro Paese sui mercati mondiali”.
I fasonisti: Dialogo in videoconferenza con i Commissari e poca solidarietà da parte dei dipendenti Ittierre
Intanto (giovedì 26 febbraio 2009) i fasonisti hanno ripreso a presidiare l’azienda per chiedere di essere pagati utilizzando, in via prioritaria, i 30 milioni di euro che le Banche daranno alla Ittierre come credito. Tutta da interpretare la poca solidarietà ricevuta dai dipendenti dell’azienda di Pettoranello del Molise, i quali, nonostante l’invito dei fasonisti a partecipare al presidio di protesta, hanno preferito entrare e recarsi al lavoro. Solo pochi dipendenti sono rimasti all’esterno e si sono anche autotassati per aiutare i fasonisti venuti da fuori regione a sostenere le spese di permanenza a Pettoranello.
(La protesta dei fasonisti davanti alla Ittierre)
Nel pomeriggio una delegazione di fasonisti è riuscita a parlare in videoconferenza con i Commissari straordinari i quali hanno dichiarato di essere in contatto con i legali che rappresentano i titolari dei laboratori dell’indotto e per mercoledì 3 marzo è previsto un incontro con i sindacati.
Lo stilista Cavalli non crede nei commissari straordinari. “Si sta trattando Ittierre come un’industria di bulloni”. La licenza verso la Staff International
A Milano, invece, Roberto Cavalli dopo avere deciso di annullare la sfilata della sua linea giovane, distribuita da Ittierre, ha tenuto una conferenza stampa per presentare 20 capi e parlare del futuro. “Il contratto con Ittierre – ha detto Cavalli – è a breve scadenza, avrei ancora due stagioni, ma il mio brand ha bisogno di maggiori”. Circa poi l’ipotesi di un passaggio di licenza alla Staff International di Renzo Rosso: L’intenzione di un nuovo licenziatario c’é e non c’è – ha dichiarato Cavalli – I colloqui sono in corso con Staff, ma sono molto coccolato anche da altri, perché una seconda linea con un fatturato da 240 milioni di euro fa gola. All’inizio però – aggiunge – sicuramente riporteremo Just Cavalli a casa”. L’idea di Cavalli per l’immediato futuro è che “se Ittierre farà fatica, il mio staff si rimboccherà le maniche per soddisfare i clienti”. Il problema, infatti, non è tanto in una sfilata, quanto nelle consegne. “C’é un ritardo nelle consegne e nessuno ordina più Just Cavalli – ha proseguito lo stilista - posso fare anche una collezione figa, ma non se la comprano. Anche i miei negozi di Milano e Parigi sono vuoti”. Cavalli non crede nei commissari straordinari di Ittierre. “Non li conosco – afferma – e il problema è che si sta trattando Ittierre come un’industria di bulloni, la moda ha i suoi tempi, non può essere gestita da avvocati”. Anche i 30 milioni in arrivo dalle banche non tranquillizzano Cavalli il quale afferma: “sono una goccia nel mare. Ittierre mi deve 18 milioni di euro, ma non li avrò mai indietro”. Neppure il rischio di una penale per la rescissione anticipata del contratto di licenza sembra spaventare Cavalli: “non mi interessa, l’importante è che il cuore di Just Cavalli continui a battere”.
La ricostruzione del crack de Il Sole 24 Ore: “Troppi debiti per troppi anni”
Ma a fare un grande rumore è l’articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, il quale ricostruisce le fasi del crack del Gruppo di It Holding parlando di “mistero” e “fallimento annunciato”. Ecco il testo integrale.
Tutti i misteri del crack di It Holding: storia di un fallimento annunciato
di Carlo Festa e Fabio Pavesi
Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ha esteso l’amministrazione straordinaria anche alla società It Holding, confermando i tre commissari già nominati per la controllata Ittierre che proprio l’altro ieri sono riusciti a ottenere nuovo credito da un pool di 5 banche per 30 milioni di euro al fine di garantire la continuità aziendale.
Notizie positive che non mettono affatto in secondo piano una vicenda, quella del crack dell’impero dell’abbigliamento fondato da Tonino Perna, che viene da lontano.
Tutta la storia recente della società guidata da Tonino Perna corre sul filo sottile del rasoio di troppi debiti e promesse di redditività mai mantenute. E una buona parte della responsabilità del crack è innanzitutto da ascrivere all’imprenditore molisano, noto oltre che per il suo impero nell’abbigliamento anche per una delle collezioni d’arte più ricche d’Italia. Ecco tutti i punti dolenti (e oscuri) di un’avventura finita male e su cui prima o poi si accenderanno i fari della magistratura.
Troppi debiti per troppi anni
Quando ha chiesto il ricorso alla legge Marzano, It Holding aveva in cassa poco meno di 20 milioni di euro. Non riusciva per la seconda volta in pochi mesi a onorare una rata di soli 9,4 milioni alle banche, tardava a pagare fornitori e dipendenti. Liquidità quasi inesistente a fronte di debiti finanziari netti per 300 milioni. Tanti. Ma non nati ieri. In realtà da sempre Perna era abituato a lavorare con poco capitale suo e molto fornito dalle banche. I debiti con banche e obbligazionisti erano dello stesso importo anche nel 2004, cioè cinque anni prima. E non sono mai scesi sotto quella soglia in tutti gli anni dal 2004 al crack. Ma i debiti sono un pericolo solo quando superano certi livelli di guardia. E Perna li superava costantemente. Il patrimonio netto era di 145 milioni nel 2004 sceso ai 102 del 2008. Vuol dire che i debiti sovrastano di circa tre volte il capitale della società. Costantemente. Qualsiasi ragioniere o revisore contabile accenderebbe il semaforo rosso. Non solo. Se non c’è sufficiente produzione di cassa e redditività il debito diventa insostenibile. La gestione operativa produceva margini pari a solo il 5-7% del fatturato: vuol dire che su quasi 700 milioni di ricavi prodotti negli ultimi anni, appena 40-50 milioni diventavano utili operativi. Ma dato l’alto debito e gli alti interessi pagati (erano 36 milioni di euro l’anno) quasi tutto l’utile operativo veniva vanificato. Per non parlare degli utili netti. Dal 2004 al 2008, complice la bassa redditività e l’alto debito, It Holding ha chiuso un solo anno in utile (il 2007 per soli 3,4 milioni). Tutti gli altri in perdita. Negli ultimi 5 anni It Holding ha accumulato 47 milioni di perdite.
Debiti anche a monte
Non solo It Holding era costantemente sotto il fardello dei soldi presi a prestito, anche Tonino Perna si era fortemente esposto con le banche nella sua holding lussemburghese Pa Investmemts Sa. Nel 2006 avvia un prestito con Efibanca (Banco Popolare) per 135 milioni. Paga l’Euribor sei mesi con uno spread del 2,5%. Se si somma il debito ai piani bassi con quello a monte si ottiene un fardello di debiti di quasi 440 milioni, tutte in capo alla GTp Holding che ha il 61% della IT Holding quotata. Per far ciò Perna dà in pegno tutte le azioni di sua proprietà in It Holding.
Ma in pegno alle banche, fin dal 2004, ci sono anche tutte le altre azioni della galassia: Ittierre, Ferré, Malò.
Del resto perché stupirsi. Vista la rischiosità del business tutti quelli che prestano denaro a Perna chiedono un sacco di garanzie.
E che Perna giocasse con il fuoco del debito lo dice anche il rendimento chiesto dal mercato per sottoscrivere il bond emesso per finanziare l’acquisto di Ferrè: 185 milioni emessi tra ottobre 2005 e maggio 2005 con una cedola del 9,8%. Cedola da Paese sudamericano.
E forse non è un caso che IT Holding chieda l’ombrello della Marzano pochi giorni prima di dover saldare una rata del prestito Efibanca. Il 15 febbraio di quest’anno la controllante di It Holding (la lussemburghese PA) avrebbe dovuto staccare un assegno da 34 milioni di euro in favore di Efibanca. Perna come detto non aveva soldi in cassa.
Bilancio veritiero?
Abbiamo visto come Perna tenesse da sempre una leva finanziaria molto aggressiva. In questi casi basta una flessione dei margini per andare in crisi di liquidità. Ma c’è dell’altro ben più rilevante. Oltre a tanto debito i conti di It Holding appaiono gonfiati sul lato dell’attivo. C’è da chiedersi se il magazzino del gruppo fosse stato svalutato correttamente, come è fisiologico fare in aziende del settore abbigliamento al termine di un periodo che va dai 18 ai 24 mesi. E un’altra domanda è da porsi sul lato dei crediti commerciali con scadenza superiore ai 90 giorni, nel bilancio a fine 2007 la quota è di ben 42,5 milioni. Ma è soprattutto da rilevare che ci sono ben 243 milioni di euro conteggiati tra le immobilizzazioni immateriali. Il marchio Ferré è iscritto a 149 milioni di valore, Malò ne varebbe 15. E poi ci sono gli avviamenti: 58 milioni solo per Ferré.
Ebbene Malò è un disastro da anni, fattura poco e perde al ritmo del 10% dei ricavi. Quanto può valere? Non certo le cifre iscritte a bilancio. Ferré poi ha perso sia nel 2005 che nel 2006 e fa pochissimi utili. Può ancora valere a distanza di sette anni da quell’acquisizione per 182 milioni, un valore così alto. Probabilmente no. Però né gli amministratori, né i sindaci né i revisori hanno mai pensato di svalutare marchi e brevetti e avviamenti deteriorati. Ebbene ora toccherà ai Commissari valuterà l’entità di quelle svalutazioni. Ma perchè non si è mai provveduto? Semplice. Se solo si fossero svalutati della metà quei 243 milioni, il capitale netto di It Holding sarebbe andato in territorio negativo. E se non hai patrimonio non puoi chiedere più soldi alle banche né tanto meno emettere il bond. Dice una fonte che vuole rimanere anonima: «È probabile che It Holding fosse tecnicamente fallita già tre anni fa. Si è andati avanti camuffando la verità contabile per continuare a pompare soldi alle banche». Ora è finita. (Da Il Sole 24 Ore del 26 febbraio 2009)

















