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Le spoglie di Celestino V, tra storia e salvaguardia

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Il recupero è una delle emergenze che si stanno affrontando in Abruzzo dopo il terremoto. Intanto Antonio Grano traccia la storia

In questo momento tra le tante emergenze che si stanno affrontando in Abruzzo c’è anche quella della salvaguardia delle spoglie di Celestino V, conservate nella Chiesa di Santa Maria di Collemaggio. E’ un po’ quello che accadde in Umbria, dove al tema prioritario relativo alla sistemazione dei cittadini sfollati e alla ricostruzione, si affiancò quello del recupero della straordinaria Basilica di San Francesco d’Assisi. Saranno i tecnici a trovare una soluzione per salvaguardare le spoglie di Papa Celestino V. Intanto vi proponiamo l’interessante intervento di Antonio Grano, studioso di Celestino V e autore di libri sulla sua figura storica del Papa del gran rifiuto.
Dopo la sua morte, le spoglie di Pietro da Morrone furono deposte (a causa dei numerosi trafugamenti subiti) in molti luoghi. La prima tomba fu quella di S. Antonio di Ferentino, dove il martire fu seppellito il 20 maggio 1296. La Salma fu chiusa in una semplice urna di legno e fu deposta nel sepolcro scavato nel centro della chiesa. Oggi la Chiesa di S. Antonio di Ferentino è abbandonata. Pochi sanno che settecento anni fa vi fu sepolto “colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Solo una lapide postuma ricorda lo storico evento:

«Loculum in quo per plures annos
Corpus Coelestini PP. V jacuit
et temporum injuria poene exesum remanebat
Dominus Coelestinus Guicciardini
Abbas perpetuus S. Eusebii
Ad posterorum devotionem excitandam
Refecit Anno Domini MDCCV»

Nel 1327, il 27 Gennaio, la piccola città di Ferentino fu assediata dagli abitanti di Anagni. I ferentinati, per meglio proteggere le spoglie del santo le trasportarono all’interno della città, e le sistemarono dentro la chiesa di Sant’Agata. Ma il priore di S. Antonio, “di ciò dolente”, ne avvisò il priore di Sora, Davide di Monte Julio e questi diede incarico a tali Biagio di Forca e Pietro di Rasino di trafugare da S. Agata le venerande reliquie. Questi obbedirono e penetrarono, con l’aiuto di un complice, entro le mura di Ferentino e quindi, con altro stratagemma, entro la chiesa di S. Agata. Smontarono le ossa, le ricomposero e le avvolsero in un lenzuolo. Una donna fu incaricata di portarle fuori le mura. Alle guardie disse che l’involucro conteneva un materasso. Appena fuori le mura le spoglie furono prelevate da un drappello di fedeli aquilani i quali le trasportarono in Collemaggio. Inutile fu la collera e le contro-misure dei ferentinati. Per loro, però, narra la leggenda, vi fu una consolazione: dentro la cassa ormai vuota, era rimasto vivido e fresco il cuore di fra’ Pietro! E la leggenda vuole anche che da quel dì, nella chiesa di S. Agata, tutte le volte che si tentava di accendere la lampada che stava davanti alla tomba ormai vuota, questa si spegnesse.
La ormai disfatta carcassa del povero eremita restò per lungo tempo nel silenzio di Collemaggio fino a quando quella tomba, finemente adornata e ricca di preziose suppellettili, non fu devastata dalle soldataglie di Filiberto di Chälons principe di Orange, che depredarono il sarcofago per impossessarsi della cassa d’argento e degli altri preziosi in essa contenuti.
Per oltre 300 anni nessuno oserà più disturbare quelle stanche ossa. Poi un giorno, il 18 Aprile del 1988, qualcuno (questa volta alcuni balordi) ci riprovò. Il trafugamento della salma di fra’ Pietro fu scoperto da suor Sandra alle 7-30 del mattino. La stampa nazionale ed estera ne diede ampia notizia. Suor Sandra, come tutte le mattine, aveva assistito nella basilica di Santa Maria di Collemaggio alla messa delle 7-30 e poi, secondo la sua abitudine, si era data a perlustrare la chiesa per vedere se tutto fosse in ordine. Inutile descrivere lo sbigottimento e l’emozione che assalirono la religiosa quando si accorse della scomparsa che avrebbe tenuto in ansia un’intera città e la collettività ecclesiastica del Paese e del mondo intero. Le spoglie di San Pietro Celestino erano custodite (si fa per dire) in un artistico mausoleo e contenute in un sarcofago in vetro e ottone bronzato con argento sovrapposto, opera, datata 1972, creata da un noto orafo aquilano. Nel sarcofago, donato da monsignor Mario Pimpo, prelato romano, ma originario della frazione aquilana di Tempera, erano state collocate le reliquie del santo, già ricomposte nel 1944 per volere di Carlo Confalonieri, in quel periodo Arcivescovo dell’Aquila. Nell’occasione il presule pose all’anulare del santo il suo anello Vescovile e prestò le sue sembianze al volto di cera apposto alle reliquie celestiniane. Fatto davvero singolare: anche l’anello donato dall’Arcivescovo fu oggetto, nel 1976, di un tentativo di furto da parte di ladri che cercarono di forzare l’urna. Ora, nel rapimento riuscito, i ladri avevano agito con molta sicurezza e indisturbati. Da una prima ricostruzione della polizia, infatti, sarebbero entrati dal cancello laterale della cappella e da lì, attraverso una porticina, nella basilica. Le prime ipotesi degli inquirenti portavano ad un trafugamento a scopo di estorsione; ma non si potevano escludere altre tesi, come quella di un mitomane o di un gruppo di blasfemi. Vennero messi gli occhi su due sospetti, che poi furono visti di notte dirigersi con ciclomotori alla volta di Amatrice e seguiti con cautela, da agenti in borghese, fino ad un cimitero di una frazioncina del paese laziale chiamata Rocca Passa. Le sacre spoglie erano proprio lì, in un loculo dove le viti allentate della lapide indicavano l’avvenuta manomissione. Gli agenti si dedicarono al recupero …del Papa rubato, mentre gli autori della sacrilega impresa si dileguavano dissolvendosi come fantasmi nella quiete della campagna notturna. Erano le 2,15 di mercoledì 20 aprile 1988. La cassa conteneva le spoglie di Celestino V perfettamente conservate, che dalla sede della Questura furono in un primo momento portate nel monastero celestiniano di San Basilio, per una ricognizione da parte delle autorità religiose.
Il santo della Perdonanza tornò nel suo mausoleo, in Santa Maria di Collemaggio, il successivo 25 aprile nel corso di una solenne cerimonia, e da allora, fortunatemante riposa in pace.
Nella basilica una lapide ricorda: “E’ riposto in questa tomba di marmo pario, Pietro che nelle solitudini ebbe nome Celestino. Visse nell’eremo facendo una vita illibata. E colui Che poté conseguire il trionfo dal triplice nemico, Solo per la sua virtù fu innalzato ai sommi onori. Onore al Pontefice che disprezzò e depose tanti titoli. Rigettando gli onori delle cose terrene. Perciò legato, carcerato, soccombé a crudele morte mentre lo spirito tornava al cielo. Qui il suo corpo è venerato da tutto il popolo”.

Antonio Grano

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