Sant’Antonio da Padova, il più invocato al mondo
Don Mario Colavita illustra il culto. “Il suo parlare era schietto e arrivava al cuore di chi l’ascoltava e non solo”
Riceviamo e pubblichiamo
Ricorre oggi la festa del santo più invocato al mondo. Da una statistica fatta Antonio di Padova risulta il santo più venerato e invocato al mondo. Chiese, oratori, confraternite, conventi, strade piazze, associazioni sono collegate al santo nativo di Lisbona e morto a Padova il 13 giugno del 1231.
Il culto di Antonio si diffuse precocemente e velocemente non solo in Italia ma in tutta Europa. La fortuna? Il suo parlare era schietto e arrivava al cuore di chi l’ascoltava e non solo. L’agire pastorale del santo dei miracoli era focalizzato non al successo o al sensazionismo ma ad avvicinare la gente a Cristo. Nelle sue innumerevoli predicazioni non esista a richiamare, invogliare e soprattutto ad invocare cammini fattibili per arrivare a cercare Dio. Rileggendo la vita e le opere di quest’umile frate non possiamo non leggervi la volontà di illuminare il popolo nella ricerca di Dio, non solo con le parole, ma con gli esempi e nella verità, nella predica durante la domenica di pentecoste scrisse: “La lingua è viva quando parlano le opere. Vi scongiuro: cessino le parole e parlino le opere”.
Opere vive per una fede altrettanto operosa, una fede che è illuminata da Dio e non dalle opere degli uomini. Forse oggi è bene chiarirlo non è l’uomo con le sue opere che dà certezza della fede ma la grazia di Dio che aiuta e alimenta l’uomo nelle opere di Dio. Per Antonio la ricerca di Dio è da intraprendere nella umiltà e nell’amore. Per coltivare l’amore di Dio Antonio, spesso portava questa immagine dell’aquila e delle tre uova: “l’aquila depone tre uova, due nel nido e il terzo fuori, per non indebolirsi nel dover dare il sostentamento necessario a tre aquilotti. Il santo rappresenta nelle tre uova il triplice amore: di Dio, del prossimo e di se stesso. E conclude che l’uomo deve estromettere dal “nido della propria coscienza” l’amore di se stesso per mantenere vivi i due primi, per il fatto che l’amore particolare (amor privatus), limitato ai piaceri del mondo, è di ostacolo all’amore di Dio e del prossimo”.
Nel settembre del 1220 a 25 anni lascia l’abito agostiniano per rivestirsi della grezza tunica di bigello e una corda ai fianchi, per l’occasione cambia anche il nome di battesimo. Da Fernando sceglie il nome Antonio in ricordo del santo eremita dell’Egitto. La sua storia cambia, cambia il modo di pensare, cambia il modo di pregare, il modo di rapportarsi alla gente, cambia il suo stile integrale di vita.
Affascinato dalle gesta dei martiri della chiesa primitiva Antonio vuole offrire la sua vita così parte per il Marocco per morire martire in terra di missione. Una grave malattia lo fermerà assieme a varie disavventure. Nel 1221 al celebre capitolo delle stuoie ad Assisi, una sorta di “concilio” di tutti i frati sotto l’egida di San Francesco d’Assisi. Dal capitolo Antonio sarà destinato nel convento di Montepaolo in Romagna dove umilmente pregava e faceva penitenza. Ma la “rivelazione” di Antonio predicatore ed evangelizzatore avvenne durante l’ordinazione sacerdotale di alcuni religiosi a Forlì nel 1222. “Obbligato” a tenere il discorso, una sorta di omelia, Antonio rivelò le sue doti intellettuali e la sua grande cultura. Tutti rimasero affascinati, così narrano le cronache: “la profondità inattesa del suo dire aumentava lo stupore; ma non meno edificava lo spirito col quale parlava e la carità ferventi sima. Tutti, in una parola, pieni di santa consolazione, venerarono nel servo di Dio Antonio il merito dell’umiltà insieme con il dono della sapienza”. Inizia per Antonio la grande avventura della predicazione: città, conventi, villaggi, confraternite faranno a gara per ascoltare la parola di Antonio, le sue prediche erano così comprensibili e pungenti contro gli avversari della chiesa che il papa Gregorio IX non esitò a definirlo il martello degli eretici. Alla predicazione sono collegati numerosi prodigi, guarigioni, conversioni, bilocazioni, dovute alla santità di Antonio.

Penitenza, carità, umiltà, predicazione e preparazione teologica fanno di Antonio di Padova uno dei più grandi rinnovatori e innovatori del secolo XIII. La sua morte lascerà una sia di santità inverosimile. Movimenti, associazioni, confraternite, rimarranno segno indelebile della santità di un umile frate che percorrendo in lungo e in largo l’Italia ha saputo conquistare la gente per portarla a Dio. Nella tarda primavera del 1231, Antonio fu colto da malore. Deposto su un carro trainato da buoi venne trasportato a Padova, dove aveva chiesto di poter morire. Giunto però all’Arcella, un borgo della periferia della città la morte lo colse. Spirò mormorando: “Vedo il mio Signore”. Era il venerdì 13 giugno. Aveva 36 anni.
La santità di Antonio fu immediatamente riconosciuta appena dopo la morte. Gregorio IX nel 1232 intonò solennemente questa antifona durante la cerimonia di canonizzazione: O ottimo dottore, lustro e decoro della santa Chiesa, o Antonio beato, amatore della divina legge, prega per noi il Signore. Un antico martirologio della Chiesa romana elenca il nostro santo come celeberrimo per i miracoli e per la dottrina; mentre la liturgia francescana lo chiama: Padre della scienza, lume d’Italia, dottore della verità, sole di Padova. Papa Sito IV lo loda come colui che con la sua profonda dottrina nelle cose divine, e con la sua fervorosissima predicazione, illustrò e onorò, stabilì e corroborò la fede ortodossa e la Chiesa cattolica mentre Sisto V lo dice ricolmo di sapienza e oratore che ricondusse alla Chiesa cattolica molti aberranti, con la sua parola che fu come una pioggia discesa dal cielo per far germogliare la terra.
Pio XII, dopo innumerevoli pressioni e consensi unanimi di tutto il mondo, proclamò dottore della chiesa S.Antonio di Padova il 16 gennaio 1946 con la lettera apostolica dal titolo: Esulta chiesa di Portogallo, gioisci chiesa di Padova.
Don Mario Colavita

















