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Spesa sanitaria, Iorio si attacca al Pd

Scritto il 19 July 2009 da Redazione

Cita lo studio del Partito Democratico nazionale, pubblicato da “Il Sole 24 Ore”, per ribadire che i costi sono consoni alle prestazioni


Alla vigilia del Commissariamento della sanità per i troppi debiti, il Presidente della Giunta Regionale, Michele Iorio, si aggrappa allo studio commissionato a livello nazionale dal Pd agli esperti di finanza pubblica Gianpaolo Arachi, Vittorio Mapelli e Alberto Zanardi e pubblicato domenica 19 luglio sul quotidiano “Il Sole 24Ore”. Iorio sostiene che nel complesso il Sistema Sanitario del Molise ha dei costi consoni alle prestazioni che offre agli utenti che assiste, pur nella consapevolezza che debbono essere fatte delle ottimizzazioni della spesa e dei miglioramenti riguardanti la riduzione drastica, se non l’eliminazione completa degli sprechi. “Questa è stata la battaglia che abbiamo fatto presso il Governo nazionale e sulla base di questa impostazione ci siamo espressi contro ogni forma di commissariamento – afferma Iorio - Ora vedo con soddisfazione che quanto da noi più volte asserito con documentazione accurata e calcoli precisi, è stato fatto proprio da uno studio pubblicato sul numero de Il Sole 24Ore”. Iorio sottolinea, inoltre, che lo studio è stato eseguito con perizia e dovizia di particolari ed evidenzia con chiarezza come se si verifica il numero dei ricoveri per ogni 1000 abitanti e il costo di ciascuno di questi si vede che: il Molise ha un costo medio di ogni ricovero inferiore alla media nazionale; il Molise ha un numero di ricoveri ogni 1000 abitanti sopportabile e non elevato.
“Dalla interconnessione di questi due fattori –prosegue Iorio - emerge che se si facesse una valutazione sull’ammontare finanziario complessivo della fornitura sanitaria basata sul costo singolo di ogni ricovero e sul numero di questi su 1000 abitanti, rispetto ad una media di ciascuna delle regioni italiane (virtuose, medie e meno virtuose), il Molise avrebbe diritto ad un trasferimento di risorse economiche dallo Stato centrale per la copertura del Sistema Sanitario regionale, pessocchè uguale a quello attuale. Questo Regione riceverebbe insomma gli stessi fondi che oggi  spende  annualmente per la sua sanità. Il Molise si vedrebbe tagliato solo circa 2 milioni di euro l’anno.  Un numero irrisorio rispetto ad altre realtà del Nord, del Centro e del Sud. Un taglio facilmente copribile con la ristrutturazione generale del Sistema e della sua organizzazione territoriale che ci accingiamo a fare. “Spiace constatare che ormai questa impostazione, pienamente compatibile con la tesi sostenuta dai tre esperti di finanza pubblica che hanno eseguito la loro analisi su commissione di una parte politica a noi avversa, ma che è anche coerente con altri studi che da tempo circolano negli ambienti deputati alle varie verifiche dei costi dei Sistemi Sanitari, sfugga completamente al centrosinistra della nostra regione. Una parte politica, quella del centrosinistra molisano – afferma Iorio -  che pare vivere sulla luna e che quotidianamente spende energie per impostare la sua battaglia politica sul vecchio e vituperato “tanto peggio, tanto meglio”. Per fortuna il peggio non c’è. Stiamo lavorando per migliorare il Sistema Sanitario di questa regione, ma siamo anche convinti di essere nel giusto nello spendere fondi adeguati alla nostra popolazione, al nostro territorio e alle nostre peculiarità. Dobbiamo certo fare cambiamenti ma volti al miglioramento e all’innovazione, non certo al taglio o alla riduzione dei servizi ai cittadini”. Circa, poi, gli altri aspetti dello studio pubblicato da “Il Sole 24 ore”, ovvero le altre spese regionali, Iorio sottolinea che evidenzia che nella completa applicazione della nuova Legge sul Federalismo fiscale, al Molise verrebbero confermate le risorse attuali e versate altre aggiuntive per oltre 25 milioni di euro annui.
“Anche qui noi abbiamo intrapreso una battaglia – ha aggiunto Iorio- che ci ha visti vincitori insieme alle altre piccole regioni, per il riconoscimento del diritto ad avere una perequazione modulata nell’assegnazione delle risorse che fosse ripartita in senso inversamente proporzionale alle dimensioni di ogni realtà regionale. L’applicazione pratica di questa norma ci porta ad avere più risorse di quelle che attualmente ci vengono assegnate. In poche parole –ha concluso il Presidente della Regione Molise- lo studio de “Il Sole 24 Ore” ci rende giustizia anche su quanto  abbiamo sempre dichiarato: un sano federalismo fiscale, attuato con opportune misure che tengano nel giusto conto i singoli territori regionali e le loro popolazioni, non solo non mortifica il Sud, ma a noi del Molise addirittura ci avvantaggia”.

L’articolo de Il Sole 24 Ore”
 

Risparmi per tutta l’Italia con il federalismo fiscale

di Orazio Carabini

È il primo tentativo di riempire di contenuti concreti, cioè di cifre, la legge delega sul federalismo fiscale approvata dal parlamento nel maggio scorso. Il gruppo della Camera del Partito democratico (Pd), che si è astenuto nel voto finale ma ha contribuito al perfezionamento del testo del governo nell’iter parlamentare, ha commissionato uno studio a tre specialisti di finanza pubblica, Giampaolo Arachi, Vittorio Mapelli e Alberto Zanardi, per valutare, in particolare, gli effetti redistributivi delle misure.
Un argomento politicamente delicato perché con quei flussi si misura lo spostamento di risorse da una regione all’altra o da un comune all’altro. E si verifica se e quanto l’obiettivo di mantenere le risorse là dove sono prodotte, caro soprattutto alla Lega Nord che ne ha fatto il suo cavallo di battaglia politico, si può raggiungere.
«È solo un dato di partenza – spiega Gianclaudio Bressa, vicecapogruppo del Pd alla Camera – ma se non si comincia a ragionare su elementi concreti non si riempie quel guscio di principi che è la legge delega». I risultati dello studio danno comunque indicazioni importanti. «Sembra che i puntelli sulla perequazione – osserva Marco Causi, che rappresenta il Pd in commissione Finanze – funzionino. Le prime analisi fanno vedere che l’applicazione della legge non avrebbe effetti punitivi sul Sud. Si guadagna e si perde sulla base di altri fattori».

L’analisi delinea anche l’esigenza di correttivi all’impianto del federalismo fiscale uscito dal parlamento. «Tra i comuni – aggiunge Causi – si notano divari più accentuati che tra le regioni. Ci sembra necessario introdurre una perequazione a due livelli, nazionale e anche regionale. Inoltre, per molti comuni il salto dal vecchio al nuovo regime sarebbe assai brusco: una transizione di due anni, come previsto dalla legge, sarebbe difficile da gestire».
Gli esperti hanno fatto tre simulazioni che riguardano la spesa sanitaria, pari a circa l’80% delle uscite delle regioni, la spesa regionale per le funzioni non essenziali (circa il 10% del totale) e la spesa dei comuni per le funzioni non essenziali (circa il 20% del totale). Lo studio non copre quindi tutta la spesa né tutti gli enti locali ma è importante perché fornisce le prime indicazioni quantitative sugli effetti delle misure. E consente un confronto su elementi fattuali dopo che la legge è passata nella più totale assenza di valutazioni numeriche sulle conseguenze dei provvedimenti.

La sanità
La rivoluzione del federalismo fiscale si chiama “costo standard”: per ogni prestazione si definisce un costo di riferimento che deriva dall’impiego di ogni fattore secondo la tecnologia più efficiente. Ma la svolta potrebbe essere ancor più rivoluzionaria se, oltre ai costi standard, si definissero delle quantità standard, cioè se si eliminassero i consumi superiori alla norma.
Nel grafico qui a fianco, che incrocia i ricoveri per mille abitanti con il costo medio, le regioni sono distribuite su quattro quadranti. Attualmente solo la Toscana è efficiente perché ha un costo per ricovero inferiore alla media e un numero di ricoveri inferiore allo standard di 120 per mille. Le altre o spendono troppo per ogni ricovero (Veneto e Piemonte) o fanno troppi ricoveri, sia pure a costi contenuti, come l’Abruzzo e molte altre. O ancora fanno troppi ricoveri, per di più a costi sopra la media (Lazio, Campania e altri).
La legge prevede che per definire la spesa si applichi il costo standard ma non dice quale: può essere il più basso, cioè quello della regione più efficiente, ma può essere anche quello medio. Arachi, Mapelli e Zanardi hanno provato ad applicare il costo medio per vedere l’effetto sulla spesa (cartina). Il risparmio complessivo, rispetto alla spesa attuale, sarebbe di 2,751 miliardi di euro. Le regioni che perderebbero più risorse sono Campania, Lazio e Lombardia in valore assoluto, mentre provincia di Bolzano, Lazio e Campania perderebbero di più in termini pro capite. Per Liguria, Toscana, Marche e Basilicata non ci sarebbe alcuna riduzione.
Lo studio però si spinge oltre e prova ad applicare delle quantità standard ai ricoveri e ai consumi di farmaci. Non solo: simula anche una redistribuzione dei risparmi utilizzandoli per le visite specialistiche e per le Rsa, le residenze per gli anziani. I risparmi sarebbero enormi: 7,59 miliardi di cui però 2,393 sarebbero redistribuiti. L’effetto sulle singole regioni deriva dal saldo tra tagli e maggiori erogazioni. Perderebbero soprattutto Lazio, Campania, Lombardia e Sicilia (ma in termini pro capite sarebbe sempre Bolzano la più colpita). Guadagnerebbero qualcosa Toscana, Umbria, Marche e Sardegna (con i dati pro capite soprattutto Marche, Friuli e Sardegna).

Le altre spese delle regioni
La sanità è la voce principale nei bilanci delle regioni. Ma ce ne sono numerose altre, come quelle per la formazione professionale o per il sostegno a settori produttivi (l’artigianato, per esempio). La legge sul federalismo fiscale le definisce come «funzioni diverse da quelle assistite dai livelli essenziali di prestazione». Il sistema del costo standard non è dunque applicabile a questo insieme di voci che rappresentano all’incirca il 10% della spesa delle regioni.
Lo studio commissionato dal Pd, seguendo l’indicazione della legge, valuta l’ammontare dei trasferimenti aboliti per regione (in questo caso solo quelle ordinarie) e utilizza l’addizionale Irpef come specifica fonte di finanziamento. Non solo: applica anche un meccanismo di “perequazione”, cioè di riequilibrio inter-regionale.
I trasferimenti soppressi (valori 2006) sarebbero pari a 4,2 miliardi. Per recuperare quell’importo con un “tributo proprio”, come dice la legge, occorrerebbe aggiungere uno 0,75% all’addizionale Irpef. La distribuzione per regione sarebbe però diversa rispetto a quella dei trasferimenti perché la base imponibile dell’Irpef in Lombardia è molto più alta che in Calabria. Per compensare il divario che si crea si attiva un meccanismo perequativo (al 90% perché la legge dice che la perequazione non sarà completa). L’effetto, in termini pro capite, è penalizzante per Veneto, Piemonte, Toscana e Abruzzo mentre Molise, Campania e Basilicata ne ricaverebbero un beneficio (tabella in alto a destra). Come si spiega la penalizzazione di una regione non ricca come l’Abruzzo? I trasferimenti “storici” da cui parte l’analisi derivano da una serie di stanziamenti che si sono sovrapposti nel tempo e che hanno gonfiato la somma complessiva, ma che ora non trovano più giustificazione.

Le spese dei comuni
Anche per i comuni la legge sul federalismo fiscale distingue tra spese fondamentali e non fondamentali. Le prime (che avranno i loro livelli essenziali di prestazione) sono definite dal Codice delle autonomie che è stato approvato dal consiglio dei ministri di mercoledì e includono le funzioni generali di amministrazione, gestione e controllo, polizia locale, istruzione pubblica (compresi asili nido, servizi di assistenza scolastica, refezione, edilizia scolastica), viabilità e trasporti, gestione del territorio e dell’ambiente, servizi sociali. Le spese restanti, circa il 20% del totale, riguardano gli impianti sportivi, la cultura e una parte dell’amministrazione.
La simulazione ha preso in esame 7.744 comuni, di cui erano disponibili i dati di bilancio, che sono stati aggregati per regione (tabella) ma che avrebbero potuto essere raggruppati diversamente: grandi e piccoli, per esempio, oppure ricchi e poveri, e così via. Non va dimenticato infatti che tra i comuni figurano metropoli come Roma e Milano, paradisi dell’opulenza come Campione d’Italia, e piccoli enti del Sud come Gorgoglione e Luogosano.
L’esercizio ricalca quello precedente. Si parte dalla spesa dei comuni per quelle funzioni (9,626 miliardi) che presenta una forte variabilità da regione a regione in termini pro capite: si passa infatti dai 382 euro per abitante della provincia di Trento ai 106 della Puglia. Poi si determina l’aliquota di addizionale Irpef (1,84%) che produce un gettito identico e si calcola il trasferimento perequativo (anche qui «non completo» e ipotizzato al 90%): quanto deve passare dai comuni di certe regioni a quelli di altre per non penalizzarle. Il risultato è un fondo di 1,398 miliardi a cui i lombardi contribuiscono con 51 euro pro capite e da cui i calabresi ne ricevono 73.

Chi ci guadagna e chi ci perde? Intanto il 58,4% dei comuni (corrispondenti al 61,7% dei residenti) sarebbe premiato dal meccanismo perequativo con un totale di 1,583 miliardi di risorse in più. Viceversa, il 41,6% dei comuni (38,3% dei residenti) sarebbe penalizzato.
Un altro modo per rispondere alla domanda sta in quella cifra, guadagno o perdita media per abitante, che in realtà rappresenta un saldo perché in ogni regione ci sono comuni che guadagnano e altri che perdono. Così gli enti delle province di Trento e di Bolzano, che oggi hanno una spesa per abitante molto alta, si troverebbero, in media, a perdere rispettivamente 210 e 205 euro per abitante, quelli della Liguria 69 euro, quelli del Molise 43 euro. I comuni di Calabria, Sicilia e Sardegna dovrebbero scendere dai livelli (alti) attuali, anche dopo i trasferimenti perequativi. Mentre Piemonte, Lombardia e Veneto, che partono da livelli di spesa per abitante bassi, avrebbero tutto da guadagnare dal nuovo meccanismo.
Ma all’interno delle singole regioni ci sono differenze ragguardevoli. Quel 16,6% dei comuni veneti destinati a perdere risorse, per esempio, si ritroverebbero con ben 124 euro pro capite in meno rispetto a una spesa attuale per abitante di 163. È vero che si tratta di spese non essenziali ma il salto, che secondo la legge dovrebbe avvenire in due anni, sarebbe alquanto sensibile.

Clicca qui per leggere lo studio pubblicato da Il Sole 24 Ore.

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