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Scudo fiscale e Irap: facce della stessa medaglia

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L’intervento dell’avvocato Franco Mancini. “Se fai turismo fiscale sei premiato, se rimani a casa bastonato…”

 Riceviamo e publichiamo.

Scudo fiscale: meglio poco che niente?
Scudo fiscale e taglio dell’Irap dovrebbero essere facce di una stessa medaglia – la ricerca di politiche fiscali giuste e compatibili con gli equilibri di bilancio pubblico e con gli obiettivi di rilancio della produzione e dei consumi – ma, a ben vedere, scontano una contraddizione di fondo. La preoccupazione che una drastica eliminazione dell’Imposta Regionale sulle Attività Produttive destabilizzi i già sofferenti conti statali diventa meno condivisibile e trasparente se, appunto, si collega al provvedimento varato per il rientro/regolarizzazione dei capitali portati all’estero. Come è noto, con il D.L. 1° luglio 2009, n. 78, convertito con modificazioni dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, il Governo nazionale ha previsto che il denaro ed i beni trasferiti da cittadini italiani in altri Paesi possano essere “regolarizzati” attraverso la loro semplice dichiarazione, l’affidamento in deposito o custodia ad un intermediario ed il pagamento di un 5% del loro ammontare, nel caso in cui la Nazione non sia annoverata nella black-list dei cosiddetti “paradisi fiscali” (si realizza, in tal caso, il cosiddetto rimpatrio meramente “giuridico”). Soltanto se i depositi riguardino questi ultimi Paesi ( detti non collaborativi, in quanto lo Stato Italiano non ha stretto con essi rapporti di scambio di informazioni: vi rientrano la Svizzera, il Liechtenstein, il Lussemburgo, San Marino), i capitali dovranno materialmente “rientrare” in Italia, sempre previo versamento della percentuale di cui sopra (rimpatrio cosiddetto “fisico”). Le polemiche sorte a seguito di questa misura – “umanamente”  percepita dalla maggioranza della popolazione come un regalo agli evasori (peraltro a quelli più censurabili, per aver sottratto alla circolazione interna gli stessi frutti della loro infedeltà fiscale) e, dunque, come un’offesa al sentimento nazionale – sono state contrastate con un’argomentazione che appartiene alla abusata “realpolitik”: del “tesoretto” estero, meglio che torni all’ovile una parte, piuttosto che niente.
 

Una tesi di Catalano
Una tesi che avrebbe sposato anche il Catalano di Arboriana memoria. Ma il ragionamento non è così semplice ed empirico come sembra. Prima di tutto, aderendo a questa impostazione, si finisce per rivalutare tutti i condoni, anche quelli “classici”, visto che comunque anch’essi determinano un recupero di gettito che altrimenti potrebbe rimanere sotto traccia. Paradossalmente, i condoni tradizionali mettono tutti i contribuenti ( per qualsiasi categoria di reddito e qualunque sia stata la destinazione territoriale degli importi evasi) nella condizione di accedere all’istituto e di godere dei benefici ( finanziari e penali) indotti. Gli aspetti premiali dello scudo riguardano, invece, soltanto quei 28.000 compatrioti (?), di cui 131 molisani, che, secondo le prime stime, si sono dati allo shopping internazionale. Dello scudo fiscale, bisogna valutare, inoltre, anche gli effetti collaterali, e non soltanto quelli – già sgradevoli – giudicabili a prima vista.
Lasciando in disparte le riflessioni – anch’esse fin troppo ovvie ed amare – sulla sospetta provenienza dei capitali in libera uscita ( è naturale imputarla, oltre che alla mera evasione tributaria, a proventi della criminalità organizzata od a frutti della corruzione), non possono passare sotto silenzio le conseguenze “accessorie” della sanatoria. Gli esportatori “pentiti” non risponderanno di gran parte dei reati connessi all’operazione a suo tempo orchestrata: per intenderci, pur se, a seguito della loro stessa dichiarazione da scudo fiscale, si dovesse appurare ( in questo caso, con certezza e non in via presuntiva, tenuto conto che si tratta di un’autodenuncia) che abbiano trasferito all’estero capitali per centinaia di migliaia di euro, tale ricostruzione “non potrà costituire elemento a sfavore del contribuente in sede amministrativa o giudiziaria”. Con l’ultima versione del provvedimento, la tutela viene estesa anche ad alcuni reati tributari (dichiarazione omessa, infedele o fraudolenta, occultamento o distruzione di scritture contabili), penali (falsità materiale ed ideologica, uso di atti falsi e soppressione, distruzione, occultamento di atti veri, documenti informatici e copie autentiche) e societari (false comunicazioni e falso in bilancio), se commessi per eseguire od occultare reati tributari (cfr. Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 43/E, del 10 ottobre 2009). Si obietterà: senza queste garanzie, nessuno riporterebbe in bianco i fondi in nero. Controdeduzione: perché mai dovrebbe essere discriminato e penalizzato il contribuente che non si sia dato al turismo fiscale e che, invece, può rispondere di reato tributario anche per l’utilizzo di una sola fattura ( pur di poche migliaia di euro) che si presuma inesistente sotto il profilo oggettivo o soggettivo ? E’ di questi giorni lo studio de “Il Sole 24 Ore”, che registra un’impennata delle denunce per reati fiscali ( incremento del 28%) a carico di evasori di stanza in Italia. Altri risvolti del controesodo: beni ed oggetti detenuti all’estero ( pezzi di antiquariato, preziosi, quadri di valore, autovetture di lusso, ecc.) non hanno valore, per il passato, ai fini del cosiddetto “redditometro”. In altre parole, al rimpatrio non si dovrà fornire giustificazione di quegli acquisti. Non si dovrà spiegare come mai, magari a fronte di redditi dichiarati molto bassi, ci si sia consentito il quadro d’autore o lo yacht parcheggiati off-shore.
 

Se fai turismo fiscale sei premiato, se rimani a casa bastonato…
Diverso il caso del contribuente rimasto nelle mura domestiche: con il rinnovato interesse per il redditometro e per gli indici di capacità contributiva (che stanno diventando il metodo di accertamento più diffuso per il Fisco), si dovrà dare conto della residenza secondaria, delle auto, delle imbarcazioni a disposizione (tutte possedute in Italia) e, secondo nuovi indirizzi e tendenze, anche delle iscrizioni ai circoli o ai centri-benessere. Si comincia a spulciare anche tra i registri delle agenzie di viaggi, per stanare i cittadini particolarmente avvezzi alle vacanze esotiche: come dire che sono più demonizzati i viaggi delle persone che dei capitali. Ciò premesso, torniamo all’interrogativo iniziale: è giusto avere tante titubanze sulla riduzione o sulla progressiva eliminazione dell’Irap, quando si è così tolleranti con l’uscita di capitali? La risposta non può che essere negativa.
 

Almeno toglieteci l’Irap
L’Irap è, a pieno titolo, interiorizzata come l’imposta più “odiosa” ed incongruente tra i vari balzelli: colpisce, indirettamente, le imprese che offrono maggiore occupazione e quelle più pesantemente indebitate. E’ un freno alla produzione ed alla ripresa economica, ancor più di quanto lo sia ogni altra imposta che veleggi al di sopra di una certa soglia di sopportabilità.
E’ vero che, allo stato attuale, l’Irap, finanziando soprattutto il sistema sanitario regionale (nel Molise in misura del 14% del fabbisogno) e sviluppando un gettito di circa 40 miliardi di euro, risulta difficilmente rinunciabile. Ma, accanto alle logiche alternative del ridimensionamento della spesa pubblica corrente, che soprattutto le organizzazioni imprenditoriali suggeriscono come unico serio contrappeso alla riduzione della tassazione, sarebbero bastati una mano meno leggera sullo scudo fiscale ed una ricerca ed un recupero più mirati delle esportazioni di capitali (ora agevolata anche dagli accordi internazionali sulla caduta del segreto bancario), per tentare una più equa quadratura dei conti. Per di più, l’Irap, penalizzando le aziende con maggiori costi del lavoro, svantaggia soprattutto le imprese meridionali, ove il costo della singola unità impiegata è eguale al resto del Paese, pur a fronte di una più bassa produttività e competitività del sistema economico locale. Inoltre, il meccanismo del tributo, prevedendo l’aggravio delle addizionali per le regioni (come la nostra) con deficit sanitari più elevati, discrimina ulteriormente i tessuti sociali più deboli. Un’ultima considerazione comparativa tra i due strumenti di attualità: sempre in punto di paradosso, mentre in altre regioni con percentuali elevate di evasione estera si verificherà una allargata pax fiscale/penale postscudo, nel Molise ( ove il fenomeno è quasi impercettibile) continuerà a registrarsi una forte densità di accertamenti in rapporto al numero dei residenti ( la frequenza delle visite tributarie è ovviamente più alta nei territori con bassa densità di partite Iva). Un federalismo alla rovescia su cui ci sarà tanto da discutere.

Franco Mancini, avvocato in Campobasso

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