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Trombosi, una seria complicanza per i malato di linfoma

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Uno studio, frutto della  collaborazione tra  Cattolica di Campobasso e Academia Nacional de Medicina di Buenos Aires favorirà  la prevenzione


Un aiuto ai pazienti affetti da linfoma potrà arrivare da uno studio condotto dai Laboratori di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso in collaborazione con Sergio Storti, direttore dell’Unità di Onco-ematologia della stessa istituzione e l’Academia Nacional de Medicina di Buenos Aires. Con questa ricer-ca, pubblicata sulla rivista americana Blood, gli scienziati molisani ed argentini hanno contribuito a fare luce su un fenomeno molto importante: la tendenza, finora non adeguatamente individuta in questi malati, ad essere colpiti da trombosi, cioè la chiusura di un vaso venoso o arterioso, dovuta ad un coagulo di san-gue. I malati di linfomi non devono infatti combattere solo contro le cellule maligne, ma anche contro complicazioni capaci di mettere a rischio la loro vita. Una di queste è appunto la trombosi. Per molti anni il rapporto tra tumori e coagulazione del sangue è stato studiato secondo lo schema: i tumori “solidi” (cancro del polmone, del seno e così via) tendono a favorire la formazione di trombi, mentre quelli del sangue (leucemie o linfomi) agiscono sul lato opposto, favorendo le emorragie.
Ma diversi studi recenti hanno mostrato come anche nei linfomi, il fenomeno della trombosi sia molto importante, diventando un problema serio, che va ad aggiungere nuove preoccupazioni cliniche per pa-zienti già colpiti da una malattia severa.  Qual è la frequenza con cui questa complicanza si presenta? E in quali tipi di linfoma il medico dovrà essere più o meno aggressivo con le terapie contro la trombosi?
Per rispondere a queste domande, il team italo-argentino ha usato la metanalisi, una complessa procedura statistica che combinando ed analizzando i dati di 18 studi pubblicati da vari gruppi di ricerca internazio-nali, ha permesso di valutare in modo preciso il rapporto tra linfomi e complicanze trombotiche in oltre 18.000 pazienti.
Complicanze di tipo trombotico si sono verificate nel 6,4% dei pazienti (il 5,3% era rappresentato da trombosi a carico delle vene, mentre nell’1,1%  dei casi sono state colpite le arterie). E’ su di essi che i ri-cercatori si sono concentrati per evidenziare i vari fattori in gioco nel determinare il rischio di questa complicanza. Discriminante risulta il tipo di linfoma. Prima di tutto, i cosiddetti “Linfomi non Hodgkin” presentano un rischio di trombosi molto maggiore di quelli Hodgkin. Inoltre il rischio è molto più elevato per quei linfomi localizzati nel sistema nervoso centrale.
“Le complicanze trombotiche – dice Maria Benedetta Donati, Coordinatrice dei Progetti Scientifici  dei Laboratori di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso –contribuiscono alla mortalità dei malati di linfoma, oltre ad interferire negativamente sia sulla qualità di vita che sulle terapie in corso. Per questo è necessario determinare quali pazienti siano ad alto rischio, in modo che i medici possano usare con de-cisione terapie antitrombotiche che, a causa dei loro effetti collaterali, non possono essere impiegate indi-scriminatamente su tutti. E’ un modo di adattare la terapia alle caratteristiche di ciascun malato. Oggi non disponiamo di linee guida per affrontare il problema. Il nostro studio apre perciò nuove prospettive per un uso ottimale dei farmaci anticoagulanti nella prevenzione della trombosi in pazienti con linfomi”.
Lo studio è già disponibile in versione on-line ed apparirà sul prossimo numero della rivista scientifica americana Blood.  L’ematologa argentina Vanesa Caruso, prima firmataria di questo lavoro, ha trascorso alcuni anni nei Laboratori di Ricerca della Cattolica di Campobasso prima di tornare nel suo Paese per la-vorare  nell’Academia Nacional de Medicina di Buenos Aires.

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