Il dito di Dio
L’intervento di don Mario Colavita sulla festa patronale di San Giovanni Battista a Colletorto, partendo dalla statua del ‘600 di Colombo
Riceviamo e pubblichiamo.
La statua dello scultore Giacomo Colombo della fine del ‘600 rappresenta S.Giovanni Battista con il dito alzato, sembra minaccioso, con gli occhi pieni di vigore e passione paiono ammonirci e zittirci.
Eppure questi gesti vogliono esprime la profondità della vita del più grande tra i nati di donna, l’ultimo profeta, l’amico dello Sposo, colui che ha preparato la via a Cristo Signore.
Nella sacra scrittura il dito, la mano, come il braccio ci parlano della potenza di Dio che ha fatto cielo e terra. Il Dio creatore evocato nel libro della genesi veste i panni del vasaio che con la sua mano plasma l’uomo. Così Dio con braccio potente libera il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto per fargli gustare la bellezza della libertà. A Mosè Dio dice: “Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai lavori forzati degli egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi riscatterò con braccio teso” (Es 6,6). Il dito/braccio di Dio è segno di protezione, di fiducia: chi in lui si rifugia potrà essere salvo. Così il salmo 145 evoca l’immagine della mano quale segno di protezione e di realizzazione dell’uomo: “Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente” (Sal 145,16), ne fa eco il libro della sapienza: “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà” (Sap 3,1).
(La statua di San Giovanni Battista realizzata dallo scultore Giacomo Colombo)
Il dito secondo la tradizione patristica è simbolo dello Spirito Santo. S. Eucherio vescovo di Lione del V sec. d.C. diceva: “Per dito di Dio si comprende lo Spirito Santo […]. Come infatti [il dito] con la mano e il braccio e a loro volta la mano e il braccio sono uno con il corpo, così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre Persone, ma una sola natura divina”. In un passo del vangelo di Luca 11,20 Gesù parla del dito di Dio e della cacciata dei demoni. Possiamo certamente intendere lo Spirito come potenza e vederne il suo infinito amore che agisce per la salvezza dell’uomo. Mentre la mano indica la potenza, il dito indica la raffinatezza e la bellezza di ciò che opera: è l’azione accurata e amorevole dell’artigiano, preciso ed esperto nel suo lavoro. Con il “dito di Dio” Gesù ricostruisce nell’uomo il suo volto di figlio, più bello di com’era prima e diverso da qualunque altro. Non a caso la liturgia ha con raffinatezza ed eleganza ha fuso sacra scrittura e riflessione teologica, così nel IX sex. d.C. il canto allo spirito Santo Veni Creator ricorda il dito di Dio riferendosi allo Spirito Santo: “Dextrae Dei tu digitus” (tu dito della destra di Dio).
San Giovanni Battista è colui che ricorda alla comunità protetta la forza dello Spirito, la potenza di Dio, il suo infinito amore. Giustizia, verità, pace, fratellanza, sono le azioni concrete per rendere visibile la forza del dito di Dio. Festa patronale, dunque, come richiamo all’amicizia con Dio attraverso il precursore di Cristo. All’ingresso laterale della chiesa madre di Colletorto sull’architrave in pietra possiamo ancora ammirare a chi la Chiesa era dedicata I.B.P.C. (Giovanni Battista precursore di Cristo). Due figure alate fanno con al centro una figura di uomo con la testa tagliata, sono il benvenuto alla Chiesa madre di Colletorto che ab immemorabili ha posto il suo patrocinio in S.Giovanni Battista.
In Giovanni Battista possiamo quindi vedere chiaramente come l’amore vince ogni forma di ingiustizia, come il sangue per la Verità è più fecondo e eloquente dell’ipocrisia e della vendetta.
Giovanni venne martirizzato nella fortezza erodiana di Macheronte situata nell’estremità sud orientale della Perea, attuale Giordania a circa otto chilometri ad est del mar Morto, dopo il famoso ballo di Salomè figlia di Erodiade moglie di Erode. Il suo martirio, dunque, invita i credenti alla riflessione sulla situazione odierna, sulle scelte di vita, sulla crisi sociale, politica ed economica dei giorni nostri. Solo nella Verità, nella trasparenza, nell’autenticità della nostra vita e dei nostri gesti potremo dare seguito al dito Dio, certi che la memoria dei santi patroni non avranno effetto bavaglio, al contrario, la chiesa nonostante le crisi e le “sporcizie” al suo interno è chiamata a vivere ed ad annunciare quella Verità che la rende libera e credibile.
Solo Dio sa quanto bisogno oggi le nostre piccole comunità hanno bisogno di Verità e discernimento: famiglie, associazioni culturali, amministrazioni comunali, provinciali e regionali, la richiesta di Verità e di scelte autentiche è sempre più incalzante, bambini e giovani, adulti e famiglie sono ormai stufi dei cincischiamenti della politica e delle liti senza frontiera, o peggio l’assalto all’accaparramento della migliore poltrona, hanno diritto ad una progettualità ed una sicurezza socio economica non solo per il proprio bene ma per il futuro dell’intera società.
I vescovi italiani recentemente hanno voluto indicarci alcune piste di lavoro per un’agenda di speranza nella quale il primo posto è dovuto al bene comune letto con gli occhi della fede. Al dilagare dei riconoscimenti personali e territoriali a discapito degli altri, il bene comune è in vista del miglioramento di tutti, di una distribuzione del bene-essere che trova il suo radicamento nel principio della sussidiarietà, questo, per noi, comporta una attenta visione e gestione delle risorse umane, culturali, sociale e politiche nel territorio. Il compendio della dottrina sociale della chiesa non esita richiamare l’importanza del bene comune: “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, cosí l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale” (CDSC, 164).
La festa del santo patrono, allora, non è solita festa spicciola che si esaurisce nella banda e nel cantate della sera, al contrario dovrebbe essere una seria riflessione che la comunità cristiana pone sul tavolo del proprio futuro, se ancora di futuro si vuole parlare, sciogliendosi da logiche egoistiche, dove la miglior pesca è, purtroppo, ancora dei politici.
Il santo dalla voce forte e dal dito puntato a Dio diventa così profezia e promozione dell’uomo, del territorio in prospettiva di reale crescita umana, sociale ed economica.
Don Mario Colavita

















