Camorra, in manette cancelliere di Tribunale e altre 5 persone
Le indagini sono partite da Venafro in seguito a un tentativo di truffa ai danni della Banca della Toscana
E’ l’ennesimo segnale sull’infiltrazione della camorra nel territorio molisano. Arriva da Venafro da dove, cioè, sono partite le indagini relative ad un tentativo di truffa ai danni della filiale locale della Banca della Toscana, messo in atto, secondo i carabinieri, da Francesco Borrozzino, 38 anni, cancelliere presso l’ufficio di sorveglianza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere e da Vittorio Casertano, quarantacinquenne gestore di due note aree di parcheggio situate a Santa Maria e già indagato per associazione di tipo mafioso. Il tutto era gestito dal clan camorristico Amato a cui Borrozzini e Casertano si erano affiliati. Le indagini, partite grazie alla segnalazione dei carabinieri Venafro, sono state portate avanti dai militari dell’Arma di Santa Maria Capua Vetere che hanno scoperto anche un giro di usura legato al clan Amato. Pertanto sono scattate le manette ai polsi di Borrozzino e Casertano ma anche di Francesco Cecere di cinquantasei anni, consigliere comunale di Santa Maria, Pasquale Di Meo di sessantadue anni di Marano di Napoli, Raffaele Di Matteo, ragioniere di trentanove anni e Antonio Amato di quarantotto anni, fratello del capozona Salvatore che è legato al clan Belforte di Marcianise. Sono accusati a vario titolo di ricettazione, contraffazione e utilizzo di documenti contraffatti, contraffazione e uso di sigillo di Stato e di timbri di uffici giudiziari del tribunale della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e del giudice di pace di Maddaloni e Montesarchio, usura e tentata estorsione. Questi ultimi due reati commessi con l’aggravante del metodo mafioso. I carabinieri hanno posto sottosequestro un’area parcheggio e beni per un valore di un milione di euro, tra cui appartamenti, una ditta e un negozio di pelletteria a Santa Maria Capua Vetere. Grazie alle indagini è emerso che Borrozzino era finito nelle mani degli usurai e quindi aveva falsificato alcuni documenti per ottenere i prestiti necessari a coprire i debito contratto con il clan Amato. Il tutto avveniva sotto falso nome e questo consentiva di mettere a segno le truffe ai danni delle finanziarie e degli istituti di credito.

















