Charles Moulin innamorato delle Mainarde
Cinquant’anni fa il grande pittore concluse la sua vita a Castelnuovo a Volturno. Il ricordo di Antonia Izzi Rufo,
Poco più di cinquant’anni fa, il 21 marzo 1960, moriva a Isernia il pittore francese Charles Moulin. Nato a Lille il 6 gennaio 1869, compagno di studi e amico di H. E. Matisse, venne per la prima volta in Italia nel 1896 per aver vinto Le Prix de Rome, borsa di studio dell’Accademia di Francia. Nel 1911 giunse a Castelnuovo a Volturno, desideroso di conoscere i luoghi di cui aveva sentito parlare dagli zampognari girovaghi che talora usava come modelli per i suoi ritratti. Rapito dall’incanto delle Mainarde e dalla purezza della vita del paese, vi si trattenne fino alla morte, adottato dal borgo i cui volti e monti egli impresse in tanti suoi capolavori. C’è ancora qualcuno, oggi, che ha voglia di ringraziarlo per la sua opera – non solo pittorica – che ha regalato ai molisani: gli rendono omaggio, in questa sede, alcuni giovani molisani che non hanno avuto la fortuna di conoscerlo (Giovanna Falasca, Giuseppe Lembo, Brunella Muttillo, Ettore Rufo, Alessandro Testa) e chi, invece, ne ebbe il privilegio: a cinquant’anni dalla sua morte, Antonia Izzi Rufo, autrice del libro “Ho conosciuto Charles Moulin” (1998), così ricorda quel giorno:

(L’autoritratto e un quadro di Charles Moulin)
“Già cinquant’anni da quel 21 marzo 1960!
Benigna, la primavera faceva il suo ingresso col sole, l’azzurro, i mandorli e i peschi fioriti, le rondini, l’aroma delle mammole nel tepore dell’aria. Dopo un inverno lungo e inclemente, tutti tornavano a sorridere, uscivano all’aperto per essere involti da quella luce più chiara e calda che costringeva ad abbassare piacevolmente le palpebre.
Sembrava un giorno come tanti, ma non era così: era morto “M’ssiù Mulà”, l’“Orso delle Mainarde”, e lo stavano riportando nel suo paesello di adozione dove era stato felice in vita e dove avrebbe riposato nella sua notte eterna. S’era spento nella Clinica Pansini d’Isernia – già destinata a diventare Ospedale civile – e si stava aspettando la salma a Castelnuovo, “Piccola Svizzera del Molise” adagiata tra la catena dolomitica delle Mainarde e le valli rigogliose di verde e ruscelli, eden d’ispirazione che il Pittore di Lille aveva dipinto in molte delle sue tele.
Nella tarda ora del mattino, un gruppo di castelnovesi, l’espressione seria e triste, era in attesa, alle “Seminesche”, all’imbocco della strada che porta al cimitero, per accompagnarvi il feretro. Non un carro funebre si vide arrivare, ma una 600 grigia con la bara sul portabagagli. Si lesse la meraviglia sul volto di tutti e s’intuì la domanda che ognuno s’era posto: «Perché?». Guidava la macchina Ettore Rufo il quale, amico ed ex-allievo del Pittore, aveva partecipato alla cerimonia funebre nella Cattedrale d’Isernia e aveva notato, quando tutto s’era concluso, che i presenti, autorità comprese, erano in imbarazzo per il fatto che non era stato deciso dove seppellire l’estinto. Certamente sarebbe stato messo sulla nuda terra come uno qualunque, a spese del Comune. Ettore Rufo non lo permise. Si fece aiutare a caricare la bara sulla sua auto e la portò nella cappella di famiglia, intestata al padre Pasquale Rufo, dove si trova tuttora.
I cittadini approvarono il gesto e furono più che soddisfatti: il “Nonno” comune tornava “a casa”.
Una candida, esile nuvola apparve nel cielo in quell’istante: aveva le sembianze d’un uomo, la barba e i capelli bianchi, gli occhi radiosi, la bocca atteggiata al sorriso. Fu scambiata per Moulin che, grato, salutava i suoi amici fedeli”. Antonia Izzi Rufo

















