“Io, lavoratrice della Ittierre bersaglio di accuse e ingiurie”
Nella lettera di Donatella Petrino, Rsu Cgil, l’eco dello scontro tra chi è stato riassunto e chi è andato a casa
E’ destinata a fare discutere la lettera invita alla stampa da Donatella Petrino, dipendente della New Ittierre e Rsu Cgil al’interno della azienda. Una lettera che pone in evidenza, in modo ancora più clamoroso, le spaccature tra lavoratori inseriti nella lista di chi è stato riassunto e quelli che invece sono stati esclusi e ora si trovano in cassa integrazione. Lista che ha generato un mare di polemiche e che ha messo nel mirino soprattutto le organizzazioni sindacali, accusate da alcuni di avere tutelato solo una parte dei lavoratori, lasciando a piedi tutti gli altri. “Sono bersaglio di accuse, ingiurie e appellativi molto poco qualificanti da parte di gruppi e persone che non lesinano offese soprattutto per le donne rimaste a lavorare, alle quali naturalmente viene negata ogni professionalità e invece viene lesa la loro dignità di persone – afferma Petrino – Sorvolando sul delirio e sulla rabbia, sicuramente comprensibile, ma certo non giustificabile, soprattutto se supportata e avallata da deontologie forensi che dovrebbero sicuramente scoraggiare questo tipo di atteggiamento”. Detto ciò Petrino racconta la sua versione dei fatti, relativamente al salvataggio della Ittierre. “Il disavanzo finanziario accumulato fino al 2009 aveva già condannato il gruppo tessile al fallimento, ma grazie alla Legge Marzano, abbiamo avuto il privilegio di poter avere ancora qualche possibilità, rispetto ad altre aziende che sono invece morte senza rianimazione e i loro dipendenti si sono ritrovati senza nessuna copertura assistenziale – sostiene Petrino - Il mandato commissariale si è concluso, fortunatamente, con una offerta da parte di un imprenditore coraggioso che ha deciso di scommettere sulla rinascita di questa azienda, ripartendo però da una struttura rimpicciolita nelle dimensioni e nella sua struttura giuridica ed organizzativa. Significa che il gruppo It Holding, composto da decine di aziende controllate e correlate che insistevano da un punto di vista organizzativo e giuridico su un territorio addirittura mondiale, ha dovuto drasticamente ridursi nella dimensione e nella organizzazione, venendo meno quindi tante attività che erano insite e necessarie in un contesto di holding quotata in borsa”. Secondo Petrino il ridimensionamento strutturale ha penalizzato proprio i profili professionali più alti e più strategici. “Nel settore dove lavoro io, che è quello amministrativo e finanziario, sono venute meno molte mansioni che la legge prima richiedeva – prosegue - e quindi sono stati soppressi ruoli altamente qualificati con inquadramenti e livelli retributivi consoni alla professionalità, all’esperienza e ad una alta scolarizzazione, rimanendo, invece, in forza personale più operativo. L’imprenditore non ha avuto altra scelta, altrimenti avrebbe dovuto dequalificare il personale molto accreditato e adibirlo a mansioni generiche che invece possono essere svolte da livelli di inquadramento più bassi anche dal punto di vista retributivo”. Sempre a dire la complessa articolazione dell’azienda non ha consentito di fare ricorso ai contratti di solidarietà perché i ruoli sono molto settorializzati e molto personalizzati. “Si pensi al commerciale, dove ogni lavoratore si occupa di un’area geografica di cui ha padronanza della lingua – afferma Petrino – e quindi è non immaginabile l’alternanza senza portare nocumento proprio al settore più strategico di una azienda, così come per il recupero crediti, per la tesoreria, per l’ufficio pianificazione, per l’area CED, trattasi di ubicazioni lavorative dove è necessaria una formazione curricolare e scolastica molto alta e certo non è possibile fungere con un ingegnere informatico, con una esperto/a in pianificazione, con un modellista, con uno stilista o con una sarta specializzata. L’Ittierre non smaltisce una fabbricazione seriale e non lavora a catena di montaggio – sottolinea la Rsu della Cgil – ma si occupa di campionari, di sfilate, quindi di una elaborazione di capi esclusivi che attengono ad una professionalità individuale e specifica e quindi una alternanza del personale svilisce proprio il precipuo oggetto sociale. E’ vero che l’Ittierre per venti anni è stato un incubatore sociale, molto sponsorizzato dalla politica, da poteri istituzionali, ispettivi, finanziari che hanno favorito l’ingresso di tanti lavoratori senza un curriculum idoneo a svolgere particolari mansioni e quindi per tanti anni si è sottratto il lavoro agli aventi diritto per titoli e per meriti, ma ora siamo arrivati ad un fase in cui il colosso assistenziale è crollato e il suo nuovo proprietario sta riorganizzando la sua azienda, pagata con i suoi soldi. Si smentiscano per favore le dicerie sul finanziamento pubblico che non c’è stato assolutamente, perché la Regione ha rilasciato solo una fideiussione al Ministero, come obbligo legislativo, ma non ha sborsato neanche un centesimo”. Secondo Petrino il nuovo proprietario Bianchi poteva assolutamente comprare l’azienda non dando seguito alle richieste del sindacato unitario di operare una continuità aziendale che favorisse i lavoratori in termini di anzianità e di conservazione di tutti i diritti acquisiti. “Poteva benissimo fare dei contratti ex novo, attingendo il personale dalle liste di mobilità e quindi avere il 100% degli sgravi fiscali – sostiene Petrino – Non è stato così, il sindacato insieme alla proprietà, hanno scelto la strada della collaborazione e quindi dei 570 assunti, circa 350 lavoratori, avranno la possibilità di non perdere un centesimo dello stipendio, ricorrendo al progetto on the job, di cui la Regione Molise si è fatta promotrice insieme agli entri previdenziali. Inoltre nell’accordo di cessione, sottoscritto da tutte le parti, si fa riferimento alla priorità di riassunzione dei lavoratori in CIGS in AS man mano che l’impresa avrà bisogno di altro personale. Chi si sente violato nei suoi diritti è giusto che adisca le vie legali e che gli avvocati sostengano i lavoratori nel percorso di vertenzialità – afferma la Rsu della Cgil – ma un atteggiamento negletto e ingiurioso verso ogni forma di istituzione politica, sindacale e imprenditoriale, non porta da nessuna parte se non agli odii reciproci tra appartenenti alla stessa classe. Se non fossero fuori queste persone, ma altre, il problema sarebbe lo stesso –conclude Petrino – .perchè il dramma non è nei nomi, ma nella impossibilità di ricollocazione di tutti i lavoratori in una azienda nuova che sta muovendo i primi passi verso una crescita sana, con un nuovo management, una nuova organizzazione e soprattutto con una gestione più attenta e oculata”.

















