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“La morte di Cristo segno di unità e spazio di futuro”

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La riflessione di don Mario Colavita, in occasione del Venerdì Santo

Riceviamo e pubblichiamo

Certamente, è a Gerusalemme che è stato celebrato prima che in ogni altro luogo il Venerdì santo, seguendo quasi ora per ora lo svolgimento della passione di Cristo. Fin dal VII secolo a Roma nella chiesa di S.Croce in Gerusalemme si leggeva la passione secondo Giovanni e una lunga preghiera universale. Durante il medioevo i popoli franchi sostanzialmente riprendono la liturgia papale antica e la arricchiscono con l’adorazione della croce, comunione di tutti al corpo e sangue di Cristo.
Sostanzialmente dopo la riforma del 1955 la liturgia del Venerdì santo ha riproposto il carattere antico. La liturgia della parola è preceduta, secondo le opportunità, dalla prostrazione del sacerdote dinanzi all’altare. Gesto forte ed eloquente, colui che presiede è steso a terra in ricordo della morte di Cristo, come Lui si è abbassato fino alla morte così non possiamo non ricordare la sua morte per risorgere con lui.
La liturgia della parola prepara alla proclamazione della passione secondo l’evangelista Giovanni. Il lungo racconto delle ultime ore della vita di Cristo è descritto con attenzione e fede. Il credente vede nell’uomo dei dolori la manifestazione dell’amore del Padre, la sconfitta del mondo e la vittoria delle luce sulle tenebre. Gli evangelisti Luca, Matteo e Marco concludono la crocifissione con una dichiarazione di fede: Veramente – dice il centurione romano – costui era figlio di Dio (Mc 15,39).
Giovanni invece vuole portare il credente a guardare il Cristo  trafitto, facendo in modo che l’abbandonato in croce risulti il punto focale e di luce per gli uomini. Il Trafitto dal cui costato escono sangue ed acqua è la memoria delle fede, la memoria per sempre. Qui lo sguardo di tutte le generazioni deve arrestarsi immobile.
Per giovanni il Trafitto, che dona sangue ed acqua, esprime l’epifania di Dio e l’umana obbedienza del Figlio al Padre, nell’amore giunto al suo estremo.
Nel sangue e nell’acqua i padri della chiesa vi hanno scorto i sacramenti della vita: battesimo ed eucarestia, i segni che ci ridonano vita e ci incoraggiano nel cammino verso il Crocifisso risorto.
Venerdì santo, allora, è il giorno della morte di Cristo ma è anche il giorno della rinascita in Cristo come lui il credente non è abbandonato, come il Cristo di Nazareth l’uomo diventa trafitto, ferito, sconvolto dalle sue stesse idee e gesti. Le ferite dell’uomo di oggi non si contano più, esse lasciano cicatrici enormi e profonde sulla pelle, sulla terra e nei cuori. Cicatrici che mai prima d’ora l’uomo poteva immaginare, cicatrici che sanno ancora di morte, di disperazione, di paura, di lutto e di tenebre. Il venerdì santo ricorda quanto male l’uomo può fare, quanta follia e squilibrio sono nel mondo, ma diventa anche il giorno dove Dio, il misericordioso e fedele, non si stanca di ricrearci con il sangue e l’acqua, con lo spirito e la vita.
Davvero sul Golgota si è consumata la storia dell’uomo ma nello stesso tempo si è aperta la ferita della speranza. L’uomo, da quel giorno non muore più da solo, la sua morte assume un altro profondo e recondito significato, la morte non è più, il morto dopo risorgerà.
Scrive suor M.Rita Piccione alla meditazione della dodicesima stazione:
Signore Gesù, morto per noi! 
Tu chiedi per donare,
muori per consegnare
e intanto ci fai scoprire nel dono di sé
il gesto che crea lo spazio dell’unità.
Perdona l’aceto del nostro rifiuto
e della nostra incredulità,
perdona la sordità del nostro cuore
al tuo grido di sete
che continua a salire dal dolore di tanti fratelli.

Una morte che dona unità e spazio di futuro!

Don Mario Colavita

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