Cuore, il rischio dura una vita
Secondo uno studio dell’Università Cattolica di Campobasso nella popolazione italiana cresce nel lungo termine
Si ritiene attualmente che oltre l’80 percento della popolazione italiana tra i 35 e i 50 anni abbia un basso rischio di essere colpito da malattie cardiovascolari nel giro di 10 anni. Ma se la predizione si estende nel tempo, la situazione si modifica in modo preoccupante. Lo sostiene uno studio dei Laboratori di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso pubblicato sull’European Journal of Cardiovascular Prevention and Rehabilitation. I dati utilizzati sono quelli del progetto Moli-sani, uno studio epidemiologico condotto su 25mila cittadini reclutati nella regione Molise. Il rischio cardiovascolare viene oggi predetto in base a carte del rischio che valutano la probabilità di essere colpiti da un evento cardiaco nell’arco dei dieci anni successivi. Considerando che ammalarsi di malattie cardiovascolari diventa sempre più probabile con il crescere dell’età, le fasce più giovani della popolazione presentano naturalmente un rischio cardiovascolare a breve termine relativamente basso. Ad esempio, il rischio cardiovascolare predetto a dieci anni per un quarantenne, con importanti fattori di rischio, può risultare basso in assoluto, eppure questi stessi fattori lo espongono ad un rischio molto alto nel corso della sua vita. Ecco perché nasce una nuova prospettiva integrata del calcolo del rischio: considerare non solo i dieci anni successivi alla misura del rischio, ma l’intero arco di vita. L’indagine condotta dalla Cattolica molisana, utilizzando stime di predizione del rischio cosiddetto lifetime proposte recentemente da ricercatori americani, ha analizzato dati relativi a oltre 8mila persone tra i 35 e i 50 anni di età: per l’84 percento del campione studiato le probabilità di andare incontro ad un evento cardiovascolare nei 10 anni successivi risultavano, come previsto, molto basse (inferiori al 3 percento). Prolungando però il periodo di proiezione del rischio fino a considerare l’intera vita dei soggetti, il 78 percento delle donne e l’82 percento degli uomini che risultavano a basso rischio cardiovascolare nel breve tempo, apparivano invece ad alto rischio, con una probabilità superiore al 15 percento, di sviluppare sul lungo termine un evento cardiovascolare. “Utilizzando esclusivamente la predizione del rischio cardiovascolare a breve termine – spiega Augusto Di Castelnuovo, primo autore dello studio – la maggior parte delle donne ed in generale i soggetti più giovani restano esclusi dalle strategie di prevenzione e controllo a causa dei valori molto bassi dell’indice di rischio a dieci anni. Ma in realtà la fetta di popolazione adulta a rischio “life-time” è più ampia di quanto si possa pensare”.
“I nostri risultati suggeriscono l’opportunità di affiancare la valutazione di rischio a breve termine, che resta ben valida, a quella che considera il rischio lungo il corso dell’intera vita, sulla scia di quanto in atto negli Stati Uniti già da qualche anno” commenta Licia Iacoviello, responsabile del progetto Moli-sani.
“Questi dati – sottolinea Giovanni de Gaetano, Direttore dei Laboratori di Ricerca del Centro di Largo Gemelli- confermano come il progetto Moli-sani rappresenti una strada innovativa verso l’evoluzione del concetto di prevenzione. Grazie alle informazioni raccolte infatti siamo in grado di ridisegnare la costellazione degli interventi necessari affinché le malattie croniche siano sempre meno un problema di terapia e diventino sempre più, con strategie più agguerrite di prevenzione, una questione di responsabilità personale e istituzionale”.

















