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“Pentecoste, per i credenti il passo da cui non si può far ritorno”

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La riflessione di don Mario Colavita.: “Lo Spirito Santo ci fa passare dalla confusione di babele alla comunione della chiesa”

Riceviamo e pubblichiamo

“Noi T’imploriam! Placabile. Spirto discendi ancora, a’ tuoi cultor propizio, propizio a chi T’ignora; scendi e ricrea; rianima i cor nel dubbio estinti; e sia divina ai vinti Mercede il vincitor”. Non si leggono più queste parole tratte dalla Pentecoste di Alessandro Manzoni). A dire il vero il nostro poeta ha impiegato non poco tempo (dal (1817-1822) per scrivere 144 strofe allo Spirito Santo, tanto era inquieto  il suo animo che non riusciva a comprendere l’azione della Chiesa nel suo agire storico. Così Manzoni invoca lo Spirito santo pacificatore, chiedendo di ri-creare e rianimare i cuori consumati dal dubbio perché coloro che si lasceranno vincere dalla fede avranno in premio il vincitor (lo Spirito).
La Pentecoste di Manzoni fa parte del ricco patrimonio culturale italiano, esprime la forte attenzione e la profonda fede-fiducia di chi nella Chiesa non solo vi legge alcune incongruenze ma sa che la comunità dei credenti è animata e guidata dallo Spirito Santo. La pentecoste per i credenti segna il passo da cui non si può far ritorno è il passo di una certezza che la vita stessa di Dio è entrata per sempre nella vita degli uomini. Invocando il dono del Paraclito la Chiesa diventa serva dell’amore, diacona e ancella della misericordia e della bellezza di Dio. Il soffio vitale entra nella carne della comunità ravvivandone per sempre la memoria del Signore Risorto. Si, Pentecoste non è solo il ricordo di quello che è avvenuto a Gerusalemme, di per sé prodigioso e straordinario, è certezza della presenza di un mistero che pervade corpo e anima di chi sforzandosi crede nelle parole e nelle opere del crocifisso risorto. Il cerchio della perfetta gioia e letizia iniziato con la risurrezione dai morti di Gesù di Nazareth trova il suo culmine e la sua realizzazione. La Chiesa, madre e maestra, non è più sola, la sua azione e il suo agire porta l’impronta dello Spirito, primo dono dato ai credenti.
Il dono dello Santo Spirito ci porta a non conoscere più alcuna frontiera né di razza, né di cultura, né di spazio né di tempo. A differenza di quanto era avvenuto con la torre di Babele, quando gli uomini, intenzionati a costruire con le loro mani una via verso il cielo, avevano finito per distruggere la loro stessa capacità di comprendersi reciprocamente, nella Pentecoste lo Spirito, con il dono delle lingue, mostra che la sua presenza unisce e trasforma la confusione in comunione. L’orgoglio e l’egoismo dell’uomo creano sempre divisioni, innalzano muri d’indifferenza, di odio e di violenza. Lo Spirito Santo, al contrario, rende i cuori capaci di comprendere le lingue di tutti, perché ristabilisce il ponte dell’autentica comunicazione fra la terra e il cielo. Facendoci nuovi, ricreandoci lo Spirito ci apre alla vita in Dio, alla figliolanza con il Padre ci rende veramente comunità redenta, ristabilisce l’ordine sulla confusione del peccato e della morte, fa risorgere in ciascuno il bello e il buono dell’amore. Non a caso la tradizione cattolica porta con sé innumerevoli inni, riflessioni e  meditazioni circa l’importanza dello Spirito nella vita della Chiesa nelle sue variegate e molteplici immagini lo Spirito entra nella vita degli uomini come vento di vita, acqua, fuoco, olio, colomba, accompagnandone scelte e desideri.
Un giorno domandarono a Serafino di Sarov, famoso staretez russo: qual è il fine della vita cristiana? Rispose: Il vero fine della vita cristiana consiste nell’acquisto dello Spirito santo.
La Pentecoste, allora, diventa la festa dell’amore di Dio, dell’amore che crea nuovi legami e dona nuove prospettive. Invocando lo Spirito, adorandolo, vivendolo e cercandolo il cristiano dà sapore alla sua esistenza. Senza lo Spirito Santo, Dio è lontano,  – è la preghiera del patriarca greco ortodosso Ignazius Hazim al consiglio ecumenico delle chiese – il Cristo resta nel passato, il vangelo una lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità un potere, la missione una propaganda, il culto un arcaismo, e l’agire morale un agire da schiavi. Nello Spirito Santo il Cristo risorto si fa presente, il vangelo si fa potenza e vita, la Chiesa realizza la comunione trinitaria, l’autorità si trasforma in servizio, la liturgia è memoriale e anticipazione, l’agire umano viene deificato” .

Don Mario Colavita

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